È morta suicida Denise, figlia di Lea Garofalo, la
donna calabrese simbolo della scelta di libertà contro la 'ndrangheta,
testimone di giustizia, uccisa nel 2009 dall'ex compagno Carlo Cosco, il suo
corpo bruciato e fatto a pezzi. Denise se n'è andata alla stessa età in cui sua
madre fu uccisa: trentacinque anni. Una coincidenza che rende ancora più
straziante una storia già segnata dal dolore fin dall'inizio.
Le poche righe di un'agenzia di stampa non possono
restituire la portata drammatica di una vita segnata, fin da ragazzina, dal
gesto coraggioso e definitivo di sua madre. Non conosco, e nemmeno mi
incuriosiscono, i motivi ultimi che hanno spinto Denise a questo gesto
disperato e irrecuperabile. Quello che mi spinge a una riflessione sono le
conseguenze di un atto straordinariamente civico di denuncia e contrasto al
potere mafioso e alle sue connivenze a tutti i livelli.
Isolamento. Spersonalizzazione. Legami familiari
dissolti. Amicizie impossibili. Una vita costretta all'anonimato, sotto
un'identità diversa dalla propria. Questo è il "premio" riservato a
chi ha il coraggio di denunciare i soprusi del potere — mafioso, politico,
economico. Denise quel prezzo lo pagò due volte: da ragazza, quando la sua
testimonianza contribuì a fare giustizia per l'omicidio della madre; e per
tutti gli anni a seguire, vissuti sotto protezione, privata di un volto
pubblico, di una vita normale, persino del proprio nome.
Lo Stato, e noi tutti con esso, dovremmo condividere
fino in fondo il peso di chi denuncia il potere criminale rischiando in prima
persona la propria vita. Non basta ammirare da lontano il coraggio di chi si
ribella: dovremmo capovolgere i termini dell'impatto sociale che le scelte
coraggiose comportano. Ai mafiosi, ai politici corrotti, a chi usa il potere economico
per schiacciare le persone — a tutti i potenti prevaricatori — dovrebbero
essere riservati l'isolamento, la spersonalizzazione, la dissoluzione di ogni
legame, l'anonimato e la damnatio memoriae. Alle persone coraggiose come Lea e
come Denise, invece, onore, ammirazione, riconoscenza civica e una stima che
duri nel tempo.
Grazie, Denise. Grazie a tua madre Lea. Avete pagato
il prezzo più alto per essere state testimoni di un impegno civico che noi,
forse, non siamo ancora capaci di realizzare fino in fondo.
