martedì 21 aprile 2026

Nell’anniversario della morte di Papa Francesco, il ricordo del suo impegno per la pace.


Un anno senza di lui. Ci manca la sua capacità di dire le cose scomode con un sorriso, di stare dalla parte degli ultimi senza fare discorsi, di chiamare il potere per nome senza paura.

In un mondo che sembrava essersi rassegnato alle guerre come a fenomeni atmosferici, lui continuava a chiamarle con il loro nome: sconfitte. Sconfitte dell'umanità intera.

Lo ha fatto davanti ai potenti, lo ha fatto stanco e malato, lo ha fatto quando nessuno voleva sentirlo. Gaza, l'Ucraina, il Mediterraneo — non c'era conflitto che non lo tenesse sveglio, non c'era vittima che non nominasse.

Ci manca quella voce ostinata. Quella capacità di disturbare i comodi e consolare gli afflitti, come diceva lui stesso che doveva fare la Chiesa.


martedì 14 aprile 2026

Arnido Rizzi

 


Oggi, 14 aprile, Armido Rizzi avrebbe compiuto 93 anni. Nato a Belgioioso nel 1933, gesuita per vocazione e poi pellegrino della Parola per scelta, ha attraversato il Novecento teologico con una lucidità rara — da Gallarate a Comillas, da Lovanio alla Gregoriana, fino a quel luogo che per molti di noi è diventato un punto cardinale: il Centro Sant'Apollinare di Fiesole.
Lì l'ho incontrato. E lì ho capito che cosa significa la grandezza quando non si mette in mostra.
Armido era uno dei pensatori teologici più profondi della sua generazione. Ermeneutica, filosofia della religione, teologia sistematica, il rapporto tra il religioso, l'etico e il politico — muoversi in questi territori con lui significava sentirsi accompagnati da una mente che aveva davvero abitato le domande, non solo le aveva attraversate. Eppure nulla in lui gridava la propria altezza.
Quello che mi ha segnato — e uso il verbo con intenzione, perché certi incontri lasciano un segno che non si cancella — era la sua umiltà concreta, non ostentata, non costruita. Era il primo ad apparecchiare, il primo a servire, il primo a preoccuparsi che gli ospiti stessero bene. Le giornate al Centro comportavano spese reali, non indifferenti, e lui affrontava tutto con una serenità che non era distacco ma fiducia. Chiedeva un contributo — sommessamente, quasi chiedendo scusa di chiederlo — e lasciava liberi. Nessuna pressione, nessun conto da saldare. Solo un invito, rivolto con quella gentilezza che è propria di chi si sente servitore e non padrone.
In lui si vedeva come la cultura immensa non avesse prodotto distanza, ma disponibilità. Come il sapere, quando è davvero vissuto, torni a farsi semplicità.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, lo ricordo così: con un vassoio in mano e un pensiero che apriva mondi.

lunedì 6 aprile 2026

 

«Pasqua di dolore nel Mediterraneo»

PASQUA 2026

«Siamo partiti in 110». Trentadue sono sopravvissuti. Settanta e più sono morti. Era Pasqua.
E noi cosa facciamo? Contiamo. Contiamo i morti, contiamo gli anni — dal 2014 quasi 34.500 persone morte o disperse nel Mediterraneo editorialedomani — e poi archiviamo, aspettiamo il prossimo naufragio, e ricontiamo.
Non c'è un sistema europeo coordinato di soccorso. Non ci sono vie sicure. Ci sono i barconi, ci sono le acque libiche, ci sono i comunicati delle ONG che ripetono le stesse parole da vent'anni e che nessuno ascolta davvero. Solo quest'anno le vittime sono già più di 800 e l'anno non è ancora finito.
La verità scomoda è che non si tratta di tragedia. Le tragedie sono imprevedibili. Questo è un esito annunciato, programmato, tollerato. È la politica migratoria europea che uccide, con metodo e con calma, mentre i governi parlano d'altro.
Settanta persone. In fondo al mare. Il giorno di Pasqua.
Che almeno non ci venga di dire che non sapevamo.
Buona Pasqua a tutti


La "Croce fatta con i salvagenti" o, più comunemente, la croce realizzata con i legni dei barconi naufragati nel Mediterraneo è un simbolo potente e itinerante della tragedia dei migranti, utilizzato per richiamare le coscienze e per la preghiera.




mercoledì 18 marzo 2026

Famiglia nel bosco: La Russa riceverà Nathan e Catherine in Senato il 25 marzo

Leggendo questa notizia su “la Repubblica” ho avvertito la necessità di esprimere, con pacatezza e rispetto per le persone coinvolte, alcune riflessioni che vorrei rendere pubbliche.

Mi ritengo una persona abbastanza tollerante, capace di mettermi nella prospettiva di chi la pensa diversamente e di valutare le cose da punti di vista che non condivido. Ma di fronte a certi atteggiamenti istituzionali palesemente retorici e strumentali, mantenere quella tolleranza diventa davvero difficile.

Vengo al caso.

Nathan Trevallion e Catherine Birmingham sono i genitori a cui a novembre 2025 è stata tolta la potestà genitoriale sui tre figli, che sono stati trasferiti in una comunità.

Il presidente del Senato, seconda carica dello Stato, ha tutto il diritto — e direi anche il dovere istituzionale — di incontrare chiunque si trovi in una situazione di disagio. L'incontro con la cosiddetta "famiglia del bosco" è stato confermato dallo stesso La Russa per il 25 marzo.

La domanda che sorge spontanea — e ammetto che sia anche retorica — è: perché proprio adesso? Perché la seconda carica dello Stato ha sentito l'urgenza di occuparsi di questa specifica vicenda, tralasciando le migliaia di situazioni analoghe che si verificano ogni anno nel nostro Paese? Secondo i dati del Ministero della Giustizia e dell'ISTAT, nel solo anno 2024 sono stati 46.107 i minori temporaneamente allontanati dai propri genitori. Di nessuno di loro si è interessato il presidente del Senato. Ed è qui che il tempismo dell'iniziativa acquista un significato difficile da ignorare. Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a esprimersi su una riforma costituzionale che riguarda l'organizzazione della magistratura, con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due Consigli Superiori distinti e l'istituzione di una nuova Corte disciplinare autonoma.

Non è dunque difficile leggere la coincidenza: una vicenda giudiziaria che ha suscitato reazioni emotive intense nell'opinione pubblica, presentata mediaticamente in modo da alimentare dubbi sull'operato della magistratura, viene cavalcata nelle settimane immediatamente precedenti un referendum che mette sotto esame proprio l'autonomia e l'organizzazione della magistratura stessa.

La Russa ha risposto alle polemiche in un video, precisando che l'incontro avverrà il 25 marzo, ovvero dopo il voto referendario, e invitando i critici a "farsene una ragione". La puntualizzazione sulla data è significativa: lo stesso La Russa sente evidentemente il bisogno di sottolineare che l'incontro non avverrà prima del voto. Il che, paradossalmente, conferma che il sospetto di strumentalizzazione elettorale è tutt'altro che infondato.

Ciascuno tragga le proprie conclusioni.

Per onestà e trasparenza verso chi legge: il 22 e 23 marzo 2026 io voto NO. Non perché ritenga la magistratura italiana immune da critiche o impermeabile a riforme — tutt'altro. Ma perché questa riforma specifica, in questo momento, promossa con questi metodi, non mi convince. E perché il confine tra riforma necessaria e indebolimento dell'indipendenza della giustizia mi sembra, in questo caso, pericolosamente sottile. Voto NO anche per rispetto verso chi, nel 1948, scrisse nella Costituzione che i giudici sono soggetti soltanto alla legge — non al governo, non alla politica, non al consenso del momento. Quella scelta non fu casuale: fu una risposta lucida e sofferta a ciò che era appena accaduto quando la magistratura indipendente non esisteva.