
Oggi, 14 aprile, Armido Rizzi avrebbe compiuto 93 anni.
Nato a Belgioioso nel 1933, gesuita per vocazione e poi pellegrino della Parola
per scelta, ha attraversato il Novecento teologico con una lucidità rara — da
Gallarate a Comillas, da Lovanio alla Gregoriana, fino a quel luogo che per
molti di noi è diventato un punto cardinale: il Centro Sant'Apollinare di
Fiesole.
Lì l'ho incontrato. E lì ho capito che cosa significa la
grandezza quando non si mette in mostra.
Armido era uno dei pensatori teologici più profondi della
sua generazione. Ermeneutica, filosofia della religione, teologia sistematica,
il rapporto tra il religioso, l'etico e il politico — muoversi in questi
territori con lui significava sentirsi accompagnati da una mente che aveva
davvero abitato le domande, non solo le aveva attraversate. Eppure
nulla in lui gridava la propria altezza.
Quello che mi ha segnato — e uso il verbo con intenzione,
perché certi incontri lasciano un segno che non si cancella — era la sua umiltà
concreta, non ostentata, non costruita. Era il primo ad apparecchiare, il primo
a servire, il primo a preoccuparsi che gli ospiti stessero bene. Le giornate al
Centro comportavano spese reali, non indifferenti, e lui affrontava tutto con
una serenità che non era distacco ma fiducia. Chiedeva un contributo — sommessamente,
quasi chiedendo scusa di chiederlo — e lasciava liberi. Nessuna pressione,
nessun conto da saldare. Solo un invito, rivolto con quella gentilezza che è
propria di chi si sente servitore e non padrone.
In lui si vedeva come la cultura immensa non avesse
prodotto distanza, ma disponibilità. Come il sapere, quando è davvero vissuto,
torni a farsi semplicità.
Oggi, nel giorno del suo compleanno, lo ricordo così: con
un vassoio in mano e un pensiero che apriva mondi.